Libro caffè

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Per chi volesse partecipare ricordiamo che la data del nostro prossimo appuntamento è giovedì 5 settembre alle ore 20.30 presso Casa Moro e il titolo del libro scelto: Le ricette della signora Tokue di Durian Sukegawa.

Trama

Dopo aver assaggiato la confettura An della anziana signora Tokue il pasticcere Sentaro in crisi di vocazione, vedere raddoppiare le vendite, ma un’altra più profonda e preziosa lezione la signora Tokue gli donerà.

Autore

Durian è nome d’arte dei Tetsuya Sukegawa nato a Tokyo nel 1962, scrittore e clown , una laurea in filosofia Orientale e una in Pasticceria da questo libro è stato tratto il film Ler ricette della signora Tokue presenato nel 2015 al Festival1 di Cannes.

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“L’arte di perdere”, della giovane scrittrice Alice Zeniter, è un libro   ben scritto e ben documentato la cui dalla perfetta ricostruzione ambientale così come sono perfetti i suoi personaggi. Un’ Opera interessante per i temi trattati attraverso lo scorrere del tempo di tre generazioni, parte di una Storia poco conosciuta ma che la famiglia dell’autrice, d’origine maghrebina, ha vissuto.

L’Algeria Francese fino al divenire del Paese Repubblica. Poi la migrazione degli Harkis   verso la Francia nel 1961-62 ed il trattamento vergognoso a loro riservato all’arrivo e perpetrato poi nel tempo; le difficoltà d’integrazione unite alle difficoltà generazionali per cui è arduo capirsi e crearsi una propria identità.

Il racconto parte dai giorni nostri: a Parigi, in una galleria d’arte moderna lavora la giovane Naima - nipote del capostipite di questa storia. Il narratore osserva la sua difficoltà: per una retrospettiva fotografica dovrà infatti recarsi a breve in Algeria in cui non è mai stata sebbene il padre Hamed vi fosse nato. Un divieto all’insegna del pericolo familiare lo proibiva da sempre senza altra spiegazione. Desiderio antico e poi dimenticato. Naima è una donna francese, indipendente ed amante del suo lavoro ed è anche l’amante del principale. In lei c’è si quel malessere altalenante che la fa sbronzare il sabato la sera per ricominciare al mattino a gioire della vita e, quei pensieri notturni che la colpevolizzano le “brave ragazze… che hanno dimenticato da dove vengono”. Ora dopo i terribili atti terroristici anche la sua “faccia algerina” incontra sguardi che non ha mai visto eppure anche lei ha la loro stessa paura.. Lei conosce l’Algeria della casa di nonna Yema e null’altro, che cosa ha dimenticato? Suo padre non vuole parlargliene, dovrà   documentarsi su Internet: cercare Algeria anno 1962,'anno in cui i suoi progenitori arrivarono in Francia a cercare di ricostruirsi una vita.

Originariamente l’Algeria era terra di clan quando nel 1830 i francesi la unificano trasformandola nei propri Territori del Sud. Il capostipite della nostra narrazione è Alì, che viveva povero in terra d’ulivi, egli si arruolerà tra le truppe ausiliare francesi, combattendo a Montecassino per cui riceverà medaglie a Parigi assieme a una piccola pensione di guerra. Ritornato alla sua terra, incontra Maktub -la Fortuna che in un torrente in piena gli donerà   un torchio per ulivi. Comincia così la sua ricchezza e la sua ascesa: egli è uomo d’onore e di rispetto primogenito e dunque capofamiglia, i suoi fratelli assieme a lui diventeranno tondi e grossi. Li nel villaggio in cresta alla montagna vige il detto “ se hai soldi falli vedere” la ricchezza si rende visibile accumulando cose. I soldi non si mettono da parte come fanno gli strani francesi che contano tutto, non sanno che “contare è limitare il futuro, è sputare in faccia a Dio” . Per lui “la vita è fatta di fatalità irreversibili e non di atti storici revocabili” e per tale convincimento accetterà rassegnato in terra francese   la vita che gli resta. Un Uomo ben diverso a quello del 1954 imponente e rispettato notabile del villaggio, vicepresidente dell’Associazione ex combattenti. Luogo   che volentieri frequenta e dove disgustato sa di un atto disonorevole compiuto dal Fronte di Liberazione Algerina E’ stata uccisa una donna e la guerra invece dovrebbe servire a proteggerla casa che è “ il sacro regno della donna e l’onore di un uomo si misura dalla sua capacità di tenere gli altri lontano dalla casa e dalla moglie” e a ciò segue l’orrore per un vecchio combattente della 1° guerra mondiale sgozzato fuori dall’Associazione per non aver rinunciato alla   pensione francese. Ali deve scegliere da che parte stare, ha dei dubbi conoscendo bene la forza superiore dei francesi; Ali vive nel piccolo, per lui importanti sono il suo villaggio, la sua terra e la sua famiglia. Cercherà protezione nei francesi. Così alla proclamazione della Repubblica nel 1962, minacciato e impaurito, s’imbarcherà per la Francia con la moglie Yema e i loro tre figli, lo deve alla sua famiglia ma perderà se stesso.

Chi fugge e arriva in Francia dall’Algeria nel 1962 è chiamato Harki – ormai sinonimo di traditore per gli Algerini e collaborazionista dai francesi- . Non saranno mai benvoluti. Da subito resi cittadini invisibili in campi d’accoglienza cintati da filo spinato, per tetto una tenda e freddo e fango ai piedi. Così anche per la famiglia di Alì che poi verrà spedita in un lontano insediamento forestale dove il capofamiglia segherà alberi e infine saranno trasferiti in una grigia cittadina della Normandia, fredda e piovosa. In nuovi ,ma presto fatiscenti, casermoni di periferia, emarginata, anche questa famiglia continuerà la sua esistenza

Ali lavora in fabbrica   ormai “sa che il loro futuro gli sfugge” e si arena; Yema mette al mondo figli, ce ne saranno dieci nel piccolo appartamento , e vive di quel mondo senza parole francesi né suolo francese, di francese solo i biscotti per le nipotine, Naima e le sorelline..

In questa famiglia c’è un figlio prediletto di diritto perché maschio e primogenito: Hamid dalla bella e libera infanzia al villaggio, poi macchiata dagli orrori di una guerra che a lungo ne tormentano i sonni infantili . Quando tocca, il suolo francese Hamid è un bimbo di circa   8-9 anni e subito ai suoi occhi attenti non sfugge al cambiamento del padre: Ali rimpicciolisce e il piccolo Hamid lo vede in quello sguardo smarrito e quel dito nero –penna con cui l’analfabeta Ali firma l’ accettazione della nazionalità francese. Bimbo intelligente capisce immediatamente   l’importanza della scuola, da lì il   “sogno...di mescolarsi ai francesi”. Comincia a notare, agire e cambiare. Ci sono incongruenze che lo infastidiscono: lui ha le scarpe con i buchi, ma si sacrifica per la Festività la pecora più grassa- un'ostentazione sociale di antichi benestanti- di contro ai bisogni reali. Quando è più grandicello, scopre la subalternità e l’umile deferenza del padre nel luogo di lavoro che si scosta alquanto dal ruolo quasi sacro di autorevole capofamiglia che in casa gli riconoscono. Hamid impara subito il francese, fa da interprete,   risponde al telefono, è il consulente per il mondo esterno, si occupa dei fratelli che aumentano. Ma è fortunato perché non andrà alla scuola d'emigranti del quartiere, sarà uno dei pochi a frequentata una scuola veramente francese. Recupererà velocemente il grande ritardo scolastico, ha una buona intelligenza ed è volenteroso e determinato, il padre gli ripete “devi essere il migliore”perché ha compreso che la scuola può “sostituire gli ulivi”. Hamid ottiene il diploma al Liceo. Hamid da adolescente ha due amici francesi ma soffre l’obbedienza patriarcale di famiglia, legge Mar di nascosto e diventa ateo. Non andrà all’Università perché finita la maturità incontra, in vacanza a Parigi, Clarissa una ragazza che frequenta un corso di Arti manuali “modella il mondo con le mani” e vive liberamente se stessa. Questo l’affascina, se ne innamora e va a vivere da lei perché “capisce che per Clarissa lui ha diritto all’immensità come tutti”. Resterà a Parigi senza consultare la Famiglia, non vuole seguire la strada che loro vorrebbero per lui, tanto ha compreso che comunque nella vita dei suoi genitori   nulla sarebbe mutato lo stesso. .Ha scelto Clarissa “la sua forza”, non più ruoli imposti di fratello maggiore e capofamiglia, tanto che sarà felice d’ avere solo figlie femmine con le quali sentirsi libero di reinventarsi il ruolo paterno. Nella sua vita francese sarà un semplice impiegato statale, nemmeno lui ha la forza di osare, grato di un posto sicuro lascerà alla generazione successiva il desiderio e l’impegno di realizzarsi liberamente. Questo ha realizzato nel suo voler essere francese,perché lui è cresciuto in Francia e “albero cresce, dove sono le sue radici”,   ma la terrà dove l’albero è stato seminato e ha germogliato è stata a forza dimenticata, ora è silenzioso cemento. Clarissa accetta e comprende questo una sola volta Hamid le ha raccontato qualcosa di sé per lui è troppo difficile, non è stato educato all’intimità. Ma torniamo a Naima sua figlia che dopo la ricerca ha in parte compreso i silenzi del padre e del nonno. La decisione e i dubbi di Alì, la vergogna dell’uomo cabilo sradicato, “pecora nera” come l’animale che si allontana "rompe i legami con la comunità… non ha più niente da dare “, e di suo padre che mai hai saputo la verità riguardante la loro fuga dall'Algeria e su quella data   il ’62 che nell' adolescenza gli ha fatto patire i vergogna senza sapere perché, di lui comprene il voler allontanarsi da quella fragile passiva identità , ghettizzata in squallidi casermon..

Ad Algeri Naima è stata affettuosamente accolta dalla vivace comunità di artisti, uomini e donne aperti con cui si è trovata piacevolmente in sintonia, poi   il viaggio ancora un po’ pericoloso verso il villaggio del nonno, la Casa ritrovata, un nugolo di parenti e abbracci femminili come quelli di nonna, di una bimba con il viso d’infanzia della sorella, un prozio arcigno perché teme diritti sulla terra. Qui si agghinda con vesti e monili tradizionali ma allo specchio è un viso  francese mascherato a sorriderle, vi è calore e gentilezza, e per un breve tempo comunione tra generi diversi ma poi le tradizionali divisioni nella Casa e lungo il percorso, una sola donna: uno spaventapasseri vestito di nero. La a voglia è di tornarsene a casa , ma anche la possibilità e di ritornare ancora tra gli   amici di Algeri.

Ecco   Naima a Parigi senza i silenzi lei avanza consapevole che “un paese non si eredita”, lei è oltre alle sembianze perché consapevole che la vita si muove ovunque in una tale complessità di eventi “simultanei e contraddittori” e che bisogna muoversi con essa in un lasciar ardere e aggiungere. Lei conosce l’arte di perdere.

E’ stato interessante, istruttivo il susseguirsi generazionale di questa famiglia e il diverso approccio all’integrazione. La prima generazione non ci riesce, difficoltà strutturali nell’accoglierli, spaesamento ma anche chiusura verso la cultura ospitante. Per Ali sono venuti meno tutte le consuetudini e i valori del villaggio, il tipo d’onore, la gerarchia , -seduti tutti assieme davanti alla televisione come si fa a1anti anche di generazioni successive restano ancorati a paesi fantasma vivendo una dicotomica realtà come il proprietario del quel bar parigino con cui Hamid litiga, che si proclama algerino perché legge il quotidiano di Algeri e tifa per quella squadra di calcio. Hamid agirà diversamente,il paese d’origine lo rifiuta in toto,   indossa   la cultura francese e vive protetto dentro la casa francese con la moglie francese e le figlie francesi che vivono in varie parti del mondo, ma è schermo a se stesso non è intero. Solo Naima, la francese dalla faccia algerina, è andata a vedere la parte mancante che le dava inquietudine comprendendo che in questo mondo mobile è importante apprendere l’arte di perdere. Così è possibile abbandonare ciò che ormai è inutile e ci appesantisce lasciando spazio a opportunità nuove e fruttuose, è in quest’ alternanza che prenderà forma la nostra movimentata identità. C’è da chiedersi però per qual motivo a lei è stata facile questa consapevolezza. Verrebbe da dire perché stata educata a una libertà di agire e di pensiero.

Durante il dibattito s’è parlato molto di integrazione, di culture differenti. Nel testo si evidenziano molti aspetti di una cultura misogina e patriarcale (si comprende la rabbia di Dalila cresciuta in Francia senza che nessuno percepisse e assecondasse le sue aspirazioni) e somigliante, fortunatamente si spera sia superata, in molti aspetti a quella nostra di non molti anni fa. Nel dialogo tra i lettori sono emerse positive esperienze di vicinanza con donne nord-africane, di piccoli alunni che si definiscono subito italiani, d’integrazione scolastiche positiva. Con più scetticismo qualcun altro ricorda nella sua esperienza di volontariato anche volontarie chiusure culturali senza convivenza accrescitiva . Ci è suggerito che l’integrazione può modularsi in tre modi ma uno solo potrebbe dimostrarsi ottimale. Il primo è inglobare l’immigrato nella cultura ospitante, si è provato in Francia ma per vari motivi non si è fatto un buon lavoro tant'è che i figli, anche di terza generazione di migranti, si trovano sempre all’ultimo gradino della scala sociale con il pericolo di un riscatto sociale dentro le file del terrorismo per potersi riconoscere in una identità forte. Il secondo è stato sperimentato nel Regno Unito con il multiculturalismo,   in isole etniche dal buon comportamento civico verso le istituzioni ospitanti, ma lei generazioni successive conservano una doppia identità favorita con matrimoni tra membri della stessa etnia- rallentando in tal modo un’integrazione completa. Forse la vera integrazione coinvolge ambo le parti su un piatto della bilancia l’arte di perdere sull’altro piattola capacità di accogliere, un giusto equilibrio,  una libertà di conservare e/o acquisire ciò che veramente ha valore. Ci saranno scelte importanti e determinanti. Una piccola ce la racconta Naima: da bimba quando si faceva male, amava tanto sentirsi abbracciare e dire “Poverina”   da nonna Yema, da adulta preferisce il francese , “ vedrai che passerà” perché questo la fortifica.

 

 

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